ΣΟΦΑ ΡΗΤΑ

Δεν υπάρχει πιο ακριβή ένδειξη κακής οργάνωσης της πολιτείας παρά η αφθονία των γιατρών και των νομικών
Πλάτων
 
Συχνά η μεγάλη τόλμη γεννά αμάθεια ενώ το δισταγμό η γνώση
Θουκιδίδης
 
Ουδέν ανθρώπινο ζήτημα φέρει ιδιαίτερη σημασία
Πλάτων
 
Δεν είμαι Αθηναίος ή Έλλην αλλά πολίτης του Κόσμου
Σωκράτης
 
Η υπερβολική ελευθερία φαίνεται πως μεταβάλεται σε υπερβολική δουλεία
Πλάτων
 
Έχωντας λιγότερες ανάγκες είμαι εγγύτερα στους Θεούς
Σωκράτης
 
Η τρέλλα είναι Θείο δώρο
Πλάτων
 
Τα βιβλία είναι τα αθάνατα παιδιά που θεοποιούν τους πατεράδες τους
Πλάτων
 
Το οράν εστί φιλοσοφείν
Πλάτων
 
Στην άρωστην οργήν γιατρός ο Λόγος
Προμηθέας
 
Τα πάντα ρει και ουδέν μένει
Ηράκλειτος
 
Άνθρωπε γνώθι σ’αυτόν
Αγνώστου αρχαίου έλληνος
 
Ο άνθρωπος είναι επίγειος Θεός και ο Θεός ουράνιος άνθρωπος
Απολλώνιος Τυανέας
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1 Response to ΣΟΦΑ ΡΗΤΑ

  1. Ο/Η ღ♥ francesca λέει:

    Grazie Marios della visita e dei complimenti
    Ti auguro una buona serata e un weeKend splendido
    Un sorriso
    francesca
     

    Tradimento
    Stamattina non sono più solo una donna recente
    sta distesa sul fondo e mi grava la prua
    della barca, che avanza e fatica nell\’acqua tranquilla
    ancor gelida e torba del sonno notturno.
    Sono uscito dal Po tumultuante e echeggiante nel sole
    di onde rapide e di sabbiatori, e vincendo la svolta
    dopo molti sussulti mi sono cacciato
    nel Sangone. «Che sogno», ha osservato colei
    senza muovere il corpo supino guardando nel cielo.
    Non c\’è un\’anima in giro e le rive son alte
    e a monte più anguste, serrate di pioppi.
     
    Quant\’è goffa la barca in quest\’acqua tranquilla.
    Dritto a poppa a levare e abbassare la punta,
    vedo il legno che avanza impacciato: è la prua che sprofonda
    per quel peso di un corpo di donna, ravvolto di bianco.
    La compagna mi ha detto che è pigra e non s\’è ancora mossa.
    Sta distesa a fissare da sola le vette degli alberi
    ed è come in un letto e m\’ingombra la barca.
    Ora ha messo una mano nell\’acqua e la lascia schiumare
    e m\’ingombra anche il fiume. Non posso guardarla
    – sulla prua dove stende il suo corpo – che piega la testa
    e mi fissa curiosa dal basso, muovendo la schiena.
    Quando ho detto che venga più in centro, lasciando la prua,
    mi ha risposto un sorriso vigliacco: «Mi vuole vicina?»
     
    Altre volte, gocciante di un tuffo fra i tronchi e le pietre,
    continuavo a puntare nel sole, finch\’ero ubriaco,
    e approdando a quest\’angolo, mi gettavo riverso,
    accecato dall\’acqua e dai raggi, buttato via il palo,
    a calmare il sudore e l\’affanno al respiro
    delle piante e alla stretta dell\’erba. Ora l\’ombra è estuosa
    al sudore che pesa nel sangue e alle membra infiacchite,
    e la volta degli alberi filtra la luce
    di un\’alcova. Seduto sull\’erba, non so cosa dire
    e m\’abbraccio i ginocchi. La compagna è sparita
    dentro il bosco dei pioppi, ridendo, e io debbo inseguirla.
    La mia pelle è annerita di sole e scoperta.
    La compagna che è bionda, poggiando le mani
    alle mie per saltare sul greto, mi ha fatto sentire,
    con la fragilità delle dita,
    il profumo del suo corpo nascosto. Altre volte il profumo
    era l\’acqua seccata sul legno e il sudore nel sole.
    La compagna mi chiama impaziente. Nell\’abito bianco
    sta girando fra i tronchi e io debbo inseguirla.
     
    Cesare Pavese
     

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